Consulcesi, ‘per Tribunale diritto mare spettano a Stati azioni di contrasto’

“Il Tribunale per il diritto del mare riconosce, come già fatto da altri organi internazionali, che il cambiamento climatico e le sue cause rappresentano una minaccia per i diritti umani, in quanto compromettono la salubrità dell’ambiente in cui viviamo e il nostro diritto alla salute”. E con una “pronuncia storica” dà “una ulteriore conferma al corpus di evidenze giuridiche e scientifiche che mette al centro la responsabilità degli Stati di contrastare l’inquinamento”. Così i legali di Consulcesi, network impegnato nella difesa del diritto alla salute e ad un ambiente salubre attraverso l’azione collettiva Aria Pulita, commentano il primo parere consultivo (advisory opinion) arrivato dall’organo indipendente
dell’Onu in materia di clima, che “costituisce un precedente legale importante”, spiega Bruno Borin, a capo del team legale Consulcesi.
Il parere consultivo dell’Itlos (International Tribunal for the Law of the Sea) – riporta una nota – arriva in risposta alle domande avanzate da un gruppo di piccoli Stati insulari sugli obblighi dei governi di proteggere l’ambiente marino dal cambiamento climatico, a partire dall’inquinamento causato dai gas serra. Secondo quanto denuncia la Commissione degli Stati insulari minori sul cambiamento climatico (Cosis), che era stata incaricata di effettuare le verifiche tecnico-scientifiche nelle località oggetto del parere, i Paesi insulari sono
minacciati dall’innalzamento del livello del mare e dagli altri effetti del cambiamento climatico, di cui l’inquinamento atmosferico da gas serra è una delle cause. Questi Stati più piccoli – si legge – contribuiscono solo per circa l’1% alla crisi climatica, ma ne subiscono gli effetti più gravi. Pertanto, conclude il Cosis in rappresentanza di questi, è necessario che i Paesi più ricchi e quelli con alti livelli di inquinamento si assumano la responsabilità per il loro contributo storico e continuativo al cambiamento climatico.
Al tribunale è stato chiesto di esprimere il proprio parere considerando in particolare tre quesiti: le emissioni di gas serra si qualificano come  inquinamento marino? Quali sono gli obblighi degli Stati al fine di prevenire e ridurre tale inquinamento? Quali sono invece gli obblighi per proteggere e preservare gli oceani dagli impatti del cambiamento climatico? Nella sua pronuncia – riferisce la nota – il tribunale internazionale ha concluso che le emissioni di gas serra costituiscono una forma di inquinamento marino, e che quindi gli Stati firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), hanno “l’obbligo specifico” di adottare “tutte le misure necessarie per prevenire, ridurre e controllare l’inquinamento marino derivante dalle emissioni di gas serra di origine antropica”. Per raggiungere questi obiettivi, “i Paesi devono quindi allineare le loro politiche climatiche e basarsi sulle conoscenze scientifiche più recenti. Non solo”, sottolinea Borin: “Il tribunale ribadisce che, in mancanza di dati certi, gli Stati devono applicare il
principio di precauzione previsto dal diritto internazionale”.
Nella sua pronuncia – evidenzia ancora Consulcesi – il tribunale sottolinea la necessità di perseguire gli obiettivi stabiliti nell’Accordo di Parigi, in particolare l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale entro +1,5°C nelle tempistiche definite. Aggiungendo tuttavia che, “anche se uno Stato rispetta gli
impegni dell’accordo – rimarca Borin – non significa automaticamente che abbia soddisfatto i suoi obblighi giuridici ai sensi della Unclos. Questi ultimi sono infatti requisiti legali distinti, sebbene correlati, relativi alla crisi climatica”.
“Sebbene il parere consultivo non sia legalmente vincolante – conclude Borin – come ipotizzano anche altri esperti, potrebbe e anzi dovrebbe, influenzare significativamente le future decisioni su questioni climatiche”. La pronuncia, conclude il legale di Consulcesi, “conferma che la questione dell’inquinamento
atmosferico non può essere più relegata al concetto di danno concreto al singolo, ma come sempre più analisi mostrano ci sono una serie di conseguenze indirette, nel breve e nel lungo termine, che occorre considerare e prevenire”.

Massimo Tortorella

Consulcesi Club, più contenuti e servizi per tutti i professionisti

Gori, ‘è soluzione smart per accompagnarli in ogni loro esigenza lavorativa’

Da oggi Consulcesi Club, tramite registrazione gratuita, offre la possibilità di accedere a un universo di contenuti autorevoli e specializzati, fruibili da Pc, tablet e smartphone, e al Network ‘Elenco professionisti sanitari’, creando la propria scheda professionale per aumentare la propria visibilità online, creare nuovi contatti e ampliare la propria rete professionale, condividendo competenze ed esperienze. Non solo: i professionisti sanitari registrati a Consulcesi Club godranno di una panoramica completa ed esclusiva con
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Lo rende noto Consulcesi che aggiunge: da oggi è compreso anche un aggiornamento settimanale tramite newsletter. La soluzione digitale di supporto alla vita lavorativa e privata dei professionisti sanitari di Consulcesi si pone come sempre in ascolto dei bisogni emergenti del settore sanitario, rispondendo con
soluzioni digitali innovative e smart. Le funzionalità attive per i professionisti sanitari registrati gratuitamente rappresentano un’interessante finestra sul mondo di opportunità di Consulcesi Club. Chi vorrà – riferisce una nota – potrà scegliere se passare alla versione ‘Premium’ del Club, con l’opportunità di
accedere all’offerta completa che include anche: Formazione Ecm online, Servizi legali e assicurativi, Risorse, Moduli, Tool e Calcolatori ed esclusive Convenzioni per la professione e il tempo libero.
“Il nuovo Club di Consulcesi pone il medico e il professionista sanitario al centro, con l’obiettivo di creare una sempre più ampia e solida community all’interno della quale dialogare con esperti in ambito legale, assicurativo e della formazione – commenta Simona Gori, responsabile di Consulcesi Club – Il nuovo Club è la soluzione smart per accompagnare il professionista sanitario in ogni sua esigenza lavorativa”.

Massimo Tortorella

Investiamo sempre più in sanità digitale: +22% di spesa

L’investimento nella sanità digitale è arrivato a 2,2 miliardi di euro. Ma gran parte delle risorse del Pnrr deve ancora essere messa a terra. I dati del rapporto dell’Osservatorio Sanità Digitale Intelligenza artificiale, telemedicina, cartella clinica elettronica: gli investimenti italiani in sanità digitale crescono sempre di più. E crescono, di pari passo, l’interesse e la fiducia dei cittadini in questi strumenti.
Sono alcuni dei risultati di una ricerca condotta dall’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management al Politecnico di Milano, recentemente presentati al convegno “Sanità digitale: trasformare il presente per un futuro sostenibile”. L’aumento della spesa, che nel 2023 è stata pari a 2,2, miliardi di euro,
il che corrisponde a una crescita del 22% rispetto all’anno precedente, è parzialmente dovuto all’impatto del Pnrr, che però, dicono gli esperti, “non si è ancora manifestato totalmente”, dal momento che “gran parte delle risorse deve ancora essere messa a terra”.

I numeri del rapporto
La ricerca, svolta in collaborazione con Fiaso Consulcesi Jomnya, Amd, Ame, Fadoi, Simfer, Mmg e Fimmg, descrive uno scenario in cui l’uso degli strumenti digitali si consolida e si fa sempre più significativo e raffinato. La cybersecurity si è confermata, come l’anno scorso, al primo posto tra le priorità per le aziende
sanitarie coinvolte nella ricerca; fondamentali anche la Cartella clinica elettronica (Cce) e i sistemi di integrazione con sistemi regionali e/o nazionali. Stabili, invece, i tassi di utilizzo della telemedicina: il 35% dei medici specialisti e il 43% dei medici di medicina generale affermano di aver utilizzato servizi di
telemedicina e il 33% e il 35% hanno fatto ricorso al servizio di telemonitoraggio. Nell’ultimo anno, inoltre, il 35% dei medici specialisti e il 48% dei medici di medicina generale hanno fatto accesso al Fascicolo sanitario elettronico (Fse), strumento considerato utile perché riduce il tempo necessario per reperire le
informazioni (per il 70% degli specialisti e il 65% dei medici di medicina generale) e semplifica la lettura dei documenti scambiati (70% degli specialisti e il 60% dei medici di medicina generale). Inoltre, fornisce informazioni critiche per la gestione del paziente in situazioni di emergenza (68% degli specialisti e 60% dei medici di medicina generale) e permette di prendere decisioni più personalizzate e basate sull’intera storia clinica del paziente (68% e 53%).
Più intelligenza artificiale per tutti

“Il nostro Paese è ormai entrato nel cuore dell’attuazione degli interventi previsti per la Sanità digitale nel Pnrr – racconta Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale – Il suo impatto sulla spesa per la Sanità digitale deve però ancora manifestarsi appieno: se per alcune azioni, come quelle
relative alla digitalizzazione delle strutture ospedaliere si è già avuta una forte accelerazione dei progetti, gran parte delle risorse deve ancora essere ‘messa a terra’. Il 63% delle strutture sanitarie, nonostante l’aumento nella spesa complessiva, vede ancora la disponibilità di risorse economiche come la barriera più significativa all’innovazione digitale. Tra gli altri ostacoli maggiormente percepiti troviamo anche quest’anno la limitata cultura per il digitale (43%) e la mancanza di competenze per l’utilizzo degli strumenti (40%), oltre all’integrazione dei nuovi strumenti con i sistemi informatici già presenti nelle strutture (41%)”.
“In linea con lo scorso anno, la cybersecurity si conferma l’ambito di innovazione con la priorità più alta per i decisori delle strutture sanitarie – afferma Paolo Locatelli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale – anche in conseguenza dell’incremento di attacchi informatici subiti dalle aziende e dalle istituzioni sanitarie negli ultimi mesi. Si confermano fondamentali, inoltre, la Cartella clinica elettronica e i sistemi di integrazione con sistemi regionali e/o nazionali, coerentemente con gli obiettivi di digitalizzazione degli ospedali – abilitati anche degli accordi quadro gestiti da Consip – e di integrazione – definiti dal Pnrr. Per la Cartella clinica elettronica, che ancora oggi nel 35% degli ospedali non è una soluzione diffusa in tutti i reparti, emerge una tendenza significativa all’adozione di soluzioni fornite a livello regionale o sovra-aziendale: più della metà delle aziende sanitarie che intendono introdurla nel corso del 2024 seguirà questa strada”.

I cittadini stanno imparando
Secondo gli esperti, sono quattro le aree di competenze che il cittadino-paziente dovrebbe sviluppare per utilizzare in modo efficace gli strumenti di Sanità digitale: Digital Literacy, ossia competenze tecniche relative alle funzionalità degli strumenti digitali utilizzati (es. utilizzare lo smartphone, le app di
messaggistica, ecc.); Digital Soft Skills, ossia capacità necessarie per comunicare e condividere informazioni efficacemente attraverso canali digitali; Health Literacy, abilità necessarie per ricercare, elaborare e comprendere informazioni basilari per prendere decisioni informate sulla propria salute; eHealth Skills,
competenze per utilizzare in modo autonomo e consapevole le tecnologie digitali nella gestione della salute personale. Il 64% dei medici specialisti e il 67% dei medici di medicina generale e degli infermieri ritengono che per i propri assistiti sia prioritario lo sviluppo della Health Literacy, seguita dall’area delle Digital Soft
Skills (circa il 60% dei professionisti). Anche gli stessi cittadini identificano queste come le aree più critiche, per le quali dichiarano ad oggi le lacune più significative.
“Nonostante i gap formativi da colmare, gli italiani sottolineano la volontà di utilizzare sempre di più il digitale come canale preferito per accedere ai servizi sanitari (72%) – afferma Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale – Insieme al canale online, primeggia anche la
farmacia (72%), seguita da altri luoghi vicini al domicilio (es. uffici postali, banche, ecc.) (48%). Avere a disposizione in modo sempre più ricco e completo l’accesso ai servizi sanitari direttamente ‘a casa propria’ o vicino a essa è una condizione ritenuta sempre più essenziale dai cittadini italiani. È auspicabile che
proprio questa spinta, unita a una crescente consapevolezza della improrogabile necessità di andare verso una sanità economicamente e socialmente sostenibile, possa portare il nostro Paese verso un’adozione più decisa e coerente di un modello di Sanità connessa”.

Massimo Tortorella

Smog, Consulcesi: “Fare di più per raggiungere obiettivi Ue 2030, basta deroghe”

‘Milano si conferma prima città italiana a chiedere misure più incisive per ridurre l’inquinamento atmosferico’
“E’ necessario fare di più per ridurre l’inquinamento atmosferico, puntando a raggiungere almeno i nuovi limiti Ue, senza ricorrere alle possibili deroghe contemplate nella nuova normativa”. E’ il commento dei legali Consulcesi, il network europeo promotore dell’azione collettiva ‘Aria Pulita’, al nuovo piano Milano Futura Ora. Dal capoluogo lombardo e non solo continuano a giungere richieste di informazione sull’azione collettiva volta a difendere il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano dei residenti in Italia lanciata
lo scorso giugno da Consulcesi, ricorda il gruppo. “Sempre più cittadini preoccupati che vivono a Milano chiedono misure più incisive per l’inquinamento dell’aria e decidono di unirsi alla nostra iniziativa”, riferisce
Bruno Borin, a capo del team legale Consulcesi. Solo da inizio anno – riporta una nota – con circa 135mila persone che hanno mostrato interesse all’azione
collettiva, su oltre 180mila giunte complessivamente dalla regione, Milano si conferma apripista nella battaglia contro l’inquinamento atmosferico. “Non solo, Milano – evidenzia Borin – è anche la prima città in cui è stata depositata l’iscrizione a ruolo della prima azione collettiva per violazione dei limiti di Pm10 e di NO2. Ora il giudizio è pendente dinanzi al tribunale di Milano e siamo in attesa dell’esito della prima udienza”. Il nuovo piano sulla mobilità e sulla qualità dell’aria per Milano è “certamente un passo importante verso una città più verde e sicura – dichiara Borin – Tuttavia, è necessario inseguire gli obiettivi
Oms, abbandonando l’idea di ricorrere alle possibili deroghe contenute nella nuova direttiva europea, come più volte e da più parti auspicato per il bacino padano. Qualunque ulteriore ritardo nel raggiungimento degli obiettivi sulla qualità dell’aria 2030, si traduce in altre migliaia di morti e malati che
possono e devono essere evitati”.
Secondo le stime dell’European environmental bureau (Eeb) – si legge nella nota – l’applicazione delle deroghe previste dalla nuova direttiva Ue sulla qualità dell’aria, che permetterebbe a Regioni quali Veneto, Piemonte e Lombardia di spostare al 2040 il raggiungimento dei livelli di inquinamento atmosferico,
potrebbe causare circa 120mila morti premature in più nel nostro Paese.
I dati su Milano, come sul resto della Pianura Padana, affermano i legali Consulcesi, mostrano una situazione critica che perdura ormai da anni, continuando ad esporre la popolazione a significativi rischi per la salute. Nel nostro Paese milioni di persone si vedono ancora negato il diritto alla salute, riconosciuto a livello internazionale, nazionale e regionale. Lo ha confermato in passato anche la Corte Ue, richiamando e poi condannando l’Italia per aver superato i limiti dei valori di Pm10 e NO2 nell’aria, danneggiando
l’ambiente e mettendo a rischio la salute dei cittadini.
Secondo Consulcesi, oltre 40 milioni di persone, su un totale di 3.384 Comuni italiani, hanno respirato e continuano a respirare aria avvelenata da concentrazioni elevate di particelle inquinanti, come il particolato
atmosferico (Pm10) e il biossido d’azoto (NO2), e per questo potrebbero aderire all’azione collettiva per richiedere un risarcimento allo Stato e alle Regioni. Per aderire basta dimostrare, attraverso un certificato storico di residenza, di aver risieduto tra il 2008 e il 2018 in uno o più dei territori coinvolti. Per scoprire se e
come partecipare all’azione legale, Consulcesi mette a disposizione il sito di Aria Pulita: www.aria-pulita.it.

Massimo Tortorella

Diritto UE: primato Italia per infrazioni in tema ambientale

Sono 70 le procedure di infrazione, di cui 18 in tema ambiente, nei confronti dello Stato italiano a marzo 2024, come risulta dal sito del Dipartimento per gli Affari Europei .Italia ai primi posti per numero di infrazioni UE a proprio carico, con maggiori procedure che si trovano nello stadio più avanzato, quindi vicine all’emanazione di sanzioni
A dispetto dei numerosi proclami, il nostro Paese ha infranto e continua a infrangere molteplici norme che riconoscono ai cittadini il diritto a vivere in un ambiente salubre. Lo confermano le serie di procedure di infrazione e le relative sentenze emesse dalla Corte di Giustizia Ue. Secondo una recente indagine, infatti, l’Italia è al sesto posto per numero di infrazioni a proprio carico, sale al primo se si considerano le procedure che si trovano nello stadio più avanzato, cioè quelle più vicine all’emanazione di sanzioni.
Tuttavia, oggi, grazie al crescente riconoscimento dell’importanza dell’ambiente e dei danni alla salute ad esso correlati, come appurato anche dalla giurisprudenza, agire per rivendicare i nostri diritti è sempre più possibile, oltre che necessario. Per avere una visione d’insieme, è importante ripercorrere brevemente iter e strumenti con i quali l’Europa interviene sugli Stati Membri.
Modalità d’intervento dell’UE sugli Stati Membri

La Commissione europea dispone di uno strumento indispensabile per garantire il rispetto e l’effettività del diritto dell’Unione: la procedura di infrazione.

Le procedure d’infrazione sono quei provvedimenti che vengono avviati dalla Commissione UE nei confronti di uno Stato membro quando si sospetta che questo non abbia adeguatamente applicato o rispettato il diritto europeo.
La procedura di infrazione vede diverse fasi. La prima inizia con la lettera di costituzione in mora, attraverso cui la Commissione richiede al Paese interessato ulteriori informazioni. Questo passaggio è noto come “pre-contenzioso”, e lo stato membro deve fornire spiegazioni entro un termine stabilito.

Se la risposta non è soddisfacente o non arriva affatto, la Commissione può inviare un “parere motivato”, chiedendo al Paese di adeguarsi entro una scadenza. Se lo stato membro continua a non adempiere, la Commissione può decidere di avviare una procedura legale presso la Corte di Giustizia UE.
Se questa stabilisce che vi è stata una violazione, può emettere una sentenza che richiede all’autorità nazionale di prendere le misure correttive.
Se nonostante la sentenza il paese non adempie, la Commissione può  nuovamente deferirlo alla Corte. In caso di una seconda condanna, la Commissione propone sanzioni pecuniarie, che possono includere una
multa forfettaria e/o pagamenti giornalieri.
Le procedure di infrazione, oltre ad essere avviate da indagini interne della Commissione, possono essere avviate anche in risposta a segnalazioni di cittadini, aziende o organizzazioni non governative.
L’Italia è tra i paesi europei più in difficoltà su questo fronte. Il nostro Paese, infatti, occupa il sesto posto per numero di infrazioni a proprio carico. Sale però al primo se si considerano le procedure che si trovano nello stadio più avanzato. Cioè quelle più vicine all’emanazione di sanzioni.
A marzo 2024 (secondo i dati del Dipartimento per gli Affari Europei), pesavano sull’Italia 70 procedure, la maggior parte delle quali relative al settore ambientale, come riporta anche l’ARPAT (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana).
Rifiuti, acque, ma anche e soprattutto aria sono al centro delle violazioni del diritto perpetrate dal nostro Paese.

Inquinamento dell’aria: l’Italia sotto la lente dell’UE
Nonostante le soglie limite attualmente in vigore siano meno stringenti di quelle che andranno in vigore con la nuova Direttiva UE prevista per il 2030, l’Italia già è stata più volte richiamata e condannata per il mancato rispetto degli obblighi sulla qualità dell’aria. Nello specifico, l’Italia è stata richiamata per aver
superato i limiti di inquinamento atmosferico stabiliti in sede UE dalla direttiva 2008/50 relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa.
Verso il nostro Paese, infatti, si contano attualmente ben quattro procedure di infrazione in materia di inquinamento atmosferico, alcune delle quali hanno portato a sentenze di condanna da parte della Corte di
Giustizia UE.
La prima infrazione è stata aperta a luglio 2014 quando la Commissione UE ha inviato una prima lettera di messa in mora all’Italia per il superamento dei valori di PM10 in diverse aree della penisola, comprese tra 10 Regioni: Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto.
Questa si è risolta con la condanna del 10 novembre 2020, con la quale la Corte di giustizia europea ha accertato che l’Italia ha violato la direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria, registrando valori di PM10 oltre la soglia consentita “in maniera sistematica e continuata”, mancando, altresì, di adottare misure adeguate.
Come affermato dai giudici nella sentenza infatti: “occorre rilevare che la Repubblica italiana non ha manifestamente adottato in tempo utile misure appropriate che consentano di garantire che il periodo di superamento dei valori limite fissati per il PM10 fosse il più breve possibile nelle zone e negli agglomerati
interessati. Pertanto, il superamento dei valori limite giornaliero e annuale fissati per il PM10 è rimasto sistematico e continuato per almeno otto anni in dette zone, nonostante l’obbligo incombente a tale Stato membro di adottare tutte le misure appropriate ed efficaci per conformarsi al requisito secondo cui il
periodo di superamento deve essere il più breve possibile”.
La seconda procedura di infrazione è stata aperta nel 2017, contro l’Italia e altri Paesi, tra cui Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna, per l’eccessivo inquinamento da biossido d’azoto riscontrato nell’aria di città, tra cui Roma, Milano, Torino, Berlino, Londra e Parigi.
La Commissione UE ha, infatti, inviato un “ultimo avvertimento” (parere motivato) nel quale contestava la violazione della direttiva UE del 2008 e chiedeva ai Paesi di spiegare (entro due mesi) come intendevano mettersi in regola, accertando le “ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute”. Anche questa procedura si è conclusa con la condanna dell’Italia (2022) ritenuta colpevole di aver superato i limiti previsti per la media annua.
“La Corte di Giustizia Ue, infatti, ha dichiarato l’inadempimento (infrazione) dell’Italia sia per il superamento “sistematico e continuativo” della soglia limite annuale fissata per il biossido di azoto, sia per la mancata adozione (dall’11 giugno 2011) di misure adeguate a garantire il rispetto dei valori limite nelle zone
interessate.
A queste si aggiunge nel 2020 una nuova procedura di infrazione avviata per il superamento dei limiti di PM2.5, in diverse città della valle del Po, tra cui Venezia, Padova e alcune zone del milanese. Fin dal 2015,
infatti, il valore limite per il PM2.5 non è stato rispettato, e ancora una volta le misure previste dall’Italia “non sono sufficienti a mantenere il periodo di superamento il più breve possibile”.
L’ultima procedura, a marzo di quest’anno, vede una lettera di costituzione in mora per la mancata esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 2020 sulla qualità dell’aria. “Sebbene dalla data della sentenza l’Italia abbia adottato alcune misure, nel 2022 si registravano ancora superamenti dei
valori limite giornalieri in 24 zone di qualità dell’aria, mentre una zona segnalava superamenti dei valori limite annuali”, si legge nel documento.
Ora l’Italia dovrà fornire informazioni e rimediare alle carenze segnalate dalla Commissione che, in assenza di una risposta soddisfacente, potrà decidere di deferire il Paese alla Corte UE, richiedendo potenzialmente sanzioni pecuniarie.
Il diritto a vivere in un ambiente salubre
Accanto al riconoscimento a vivere in un ambiente salubre confermato dalle relative sentenze ambientali della Corte di Giustizia UE, sia a livello nazionale che sovranazionale, la giurisprudenza sta riconoscendo e quindi normando sempre più i diritti dell’ambiente e del danno alla salute correlato alla negazione di questi.
A livello nazionale, anche se manca una normativa specificatamente dedicata all’aria pulita, sono numerose le pronunce della giurisprudenza che hanno riconosciuto che vivere in un ambiente malsano comporta un serio pericolo di contrarre in futuro delle malattie. Di conseguenza è stato sancito il diritto a respirare aria pulita, con la conseguente possibilità di agire in giudizio per tutti coloro che vivono in aree inquinate.
È dell’8 febbraio 2022 la riforma della Costituzione che introduce i diritti dell’ambiente, “non come habitat umano ma come bene autonomo” e che investe, tra le tante, anche l’iniziativa economica privata, d’ora in avanti sottoposta al vincolo di non creare danno alla salute e all’ecosistema.
La riforma costituzionale che ha introdotto i diritti dell’ambiente ha rivoluzionato due pilastri fondamentali della nostra Costituzione: gli articoli 9 e 41. Per quanto riguarda l’articolo 9, precedentemente mirato alla tutela del nostro patrimonio paesaggistico e storico-artistico, la riforma ha esteso la sua sfera di competenza. Ora, questo articolo agisce come una sorta di guardiano dell’intero ecosistema naturale, con un impegno esplicito verso la protezione dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali.
In relazione all’articolo 41, che si occupa dell’economia, la riforma ha ribadito un concetto fondamentale: l’economia non può essere disgiunta dalla tutela della salute e dell’ambiente. Questo articolo sancisce che l’economia deve ora operare all’interno di un quadro che consideri la sicurezza, la libertà, la dignità umana,
la salute e l’ambiente come obiettivi primari. Le istituzioni hanno, inoltre, ottenuto il potere di indirizzare l’iniziativa economica, sia pubblica che privata, verso finalità che promuovano il benessere sociale e rispettino l’ambiente.
A livello internazionale, come scrive il Consiglio d’Europa (Coe), “sebbene non esista un diritto specifico a un ambiente salubre nella Convenzione europea per i diritti dell’uomo, questa è sempre più utilizzata da singoli individui e gruppi di attivisti per fare progressi su una vasta gamma di questioni ambientali”.
Come racconta ancora il Coe, infatti, in diversi casi le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno contribuito “a far evolvere le politiche e le pratiche nazionali sull’ambiente, a vantaggio delle persone direttamente coinvolte e della società nel suo complesso”.
Ne è un esempio il recente caso del gruppo di 2.500 attiviste svizzere che hanno portato il Paese elvetico davanti la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) accusandolo di non aver fatto, e di non stare facendo, abbastanza per contrastare il cambiamento climatico.
In particolare, il 9 aprile 2024, la CEDU ha stabilito che la Svizzera è stata incapace di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fissati in passato e quindi di adottare misure sufficienti volte a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, violando alcuni dei diritti umani fondamentali.
In particolare, la Corte di Strasburgo riconosce che la Svizzera ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea e il diritto per gli individui alla protezione da parte delle autorità dello Stato contro gli effetti gravi del cambiamento climatico sulla loro vita, sulla salute, sul benessere e sulla qualità della vita.
Una pronuncia da molti già definita “storica” perché per la prima volta la Corte europea riconosce esplicitamente il legame tra la protezione dei diritti umani e l’adempimento degli obblighi verso il cambiamento climatico, rafforzando la responsabilità dei governi di dover considerare e quindi rafforzare l’impegno verso la crisi climatica ed ambientale, al fine di poter garantire i diritti fondamentali.
In seguito a questa sentenza, la Svizzera è stata obbligata a versare 80mila euro all’associazione ricorrente per le spese e le commissioni sostenute (mentre non è stato previsto alcun risarcimento, poiché non ne è stata avanzata richiesta).
Questi progressi della giurisprudenza rappresentano un passo significativo verso una maggiore consapevolezza ambientale e un’impostazione più sostenibile dell’attività economica, in linea con l’urgente necessità che continua ad emergere dalla ricerca scientifica di proteggere il nostro ambiente per garantire il
benessere delle generazioni attuali e future.
La scienza, infatti, sempre di più conferma la correlazione tra gli elevati livelli di inquinamento atmosferico che continuano a registrarsi in Italia e in Europa e le morti premature, i problemi cardiocircolatori, l’aumento di demenze e casi di autismo, solo per citarne alcune.
La forza dell’azione collettiva
Di fronte ai dati sempre più allarmanti, ad uno Stato italiano che si conferma inadempiente rispetto alla salvaguardia della qualità dell’aria, e alla solida convinzione secondo cui non dobbiamo, non possiamo, aspettare di ammalarci prima di proteggere l’ambiente e ridurre significativamente l’inquinamento
atmosferico, Consulcesi ha deciso di lanciare l’azione collettiva “Aria Pulita”.
Spesso si fa confusione tra l’azione collettiva e la class action, ma vale la pena ricordare che sono due strumenti di tutela molto differenti. La class action, da anni diffusa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è un’istituzione relativamente giovane nel nostro Paese. La modalità fortemente limitata, che prevede ad
esempio l’iscrizione a determinati elenchi e la presenza di determinate condizioni, di fatto ne ostacola la reale diffusione nel nostro Paese. Più diffusa è l’azione collettiva, che a è un insieme di parti che riceveranno poi il loro risarcimento singolo. A differenza della class action, un’azione legale collettiva ha
una serie prerogative che vanno dalla ripartizione delle spese legali, ma con un risarcimento trattato su base individuale, ad una maggiore pressione sulle istituzioni chiamate ad agire.
L’azione collettiva può rivelarsi uno strumento utile verso il riconoscimento del diritto a respirare aria sana e quindi di conseguenza ad un risarcimento per aver respirato aria insalubre e potenzialmente nociva, come attestato dalla Corte di Giustizia UE.
L’azione collettiva Aria Pulita
In totale sono all’incirca 40 milioni i cittadini costretti a respirare aria malsana e potenzialmente dannosa per la salute e che, per questo, possono richiedere un risarcimento allo Stato e alle Regioni, aderendo all’azione collettiva Aria Pulita di Consulcesi.
Partecipando all’iniziativa si avrà quindi, non solo, la possibilità di ottenere un risarcimento equo per la violazione del diritto a vivere in un ambiente salubre, ma anche di prendere in mano la salute propria e quella dei propri cari.
Per aderire basta dimostrare, attraverso un certificato storico di residenza, di aver risieduto tra il 2008 e il 2018 in uno o più dei territori coinvolti. Per scoprire se e come partecipare all’azione legale, Consulcesi mette a disposizione il sito di Aria Pulita: www.aria-pulita.it.

Massimo Tortorella

Ferie non godute, il punto sul diritto al risarcimento per i medici. Che cosa dice la legge

Sulle ferie maturate al momento di dimettersi, ma non godute, si susseguono sentenze favorevoli ai dipendenti pubblici che chiedano un’indennità sostitutiva
L’atto delle dimissioni in presenza di ferie ancora da fare non implica che il lavoratore abbia rinunciato quanto meno a monetizzare il meritato riposo. Sulle ferie maturate al momento di dimettersi, ma non godute, si susseguono sentenze favorevoli ai dipendenti pubblici che chiedano un’indennità sostitutiva.
L’ultima segnalata dal pool di legali Consulcesi arriva da Cosenza dove una cardiologa ospedaliera, con contratto della dirigenza medica, aveva maturato 128 giorni, non fruiti al momento di cessare il rapporto di lavoro. Il Tribunale di primo grado ha sancito il diritto al risarcimento: 25 mila euro. Per ogni giorno di ferie non godute sono stati riconosciuti, cioè oltre 195 euro, cifra che, come spiega l’Avvocato Francesco Del Rio, rende la sentenza ancor più rilevante. «Inoltre –continua Del Rio– il Tribunale ha confermato la validità delle argomentazioni proposte dall’Avvocato Croce, sostenendo che il diritto alle ferie annuali retribuite dei dirigenti pubblici è irrinunciabile. Un dirigente che non ha usufruito delle ferie al momento della cessazione del rapporto di lavoro ha diritto a un’indennità sostitutiva». Il quadro è quello di tanti medici dipendenti
che onorano le funzioni assistenziali al punto da sacrificare i periodi di ferie previsti per legge. Nel caso in questione, «il Tribunale – prosegue l’Avv. Del Rio – ha mostrato sensibilità ed attenzione, rimarcando come l’atteggiamento processuale tenuto dall’Azienda, rimasta contumace, si sia addirittura ritorto contro di sé, non avendo fornito alcuna prova di aver permesso alla dipendente di godere delle ferie, né di averla formalmente invitata a farlo».
La normativa italiana è stata fino a poco tempo fa intransigente con il dipendente pubblico che interrompesse il rapporto in presenza di ferie non godute. Secondo il decreto-legge sulla spending review 95/2012, negli enti del conto consolidato Pa, inclusi Asl e ospedali, ferie, riposi e permessi vanno fruiti “secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti”. Parole laconiche, che i tribunali analizzavano facendo prevalere un orientamento restrittivo. Tutto è cambiato tra novembre 2023 e gennaio di quest’anno. A novembre la Corte di Cassazione con la sentenza 32807 ha legittimato l’indennizzo ad un medico abruzzese: non è vero, spiega la sentenza, che se un lavoratore si dimette rinuncia automaticamente all’indennità sostitutivo. Per dimostrare che l’addio al posto di lavoro sottende la rinuncia alle ferie il datore deve dimostrare d’avere invitato il dipendente a fruirne. A gennaio, poi, la Corte di Giustizia Europea causa C 218/22 ha sancito il risarcimento per un dipendente prepensionato del Comune di Copertino perché la legge sulla spending review, legando al contenimento della spesa il diritto del lavoratore a monetizzare i giorni di ferie, svantaggia i lavoratori italiani rispetto allo standard del diritto comunitario. Non è tutto.
Come sottolineano i legali Consulcesi, per Bruxelles la prescrizione del diritto alle ferie decorre non dall’anno in cui sono maturati i giorni non goduti, ma dal momento delle dimissioni del lavoratore.
Da allora i Tribunali e le Corti d’Appello si vanno adeguando al nuovo indirizzo. Le nuove sentenze di condanna per Asl e ospedali in tema di ferie non godute si caratterizzano per la breve durata – qui il processo è durato 8 mesi – e per la crescita degli importi giornalieri indennizzati. Come ha ricordato l’avvocato Del Rio a un webinar, i mesi scorsi Consulcesi ha recuperato ben 15 mila euro per 157 giorni di ferie non godute da un medico in pensione (media di circa 100 euro al giorno, sentenza Corte Appello di Roma), portando il totale degli indennizzi ad oltre 300 mila euro in un anno. Quantificando con un’estrapolazione in oltre 5 milioni le sole giornate di ferie arretrate a carico di medici e dirigenti sanitari
degli ospedali, Consulcesi valuta che, se tutti facessero causa con il nuovo orientamento il Servizio sanitario potrebbe dover sborsare un extra di 600 milioni di euro agli ex lavoratori. E mette a disposizione dei professionisti SSN che hanno cessato il rapporto una consulenza legale gratuita per valutare se ci siano i presupposti per fare domanda di monetizzazione di ferie non godute, nonché un Tool che calcola l’indennizzo potenziale.

Massimo Tortorella

Comunicazione healthcare: Sergio Liberatore è il nuovo Ceo di Homnya

Sergio Liberatore è il nuovo Amministratore Delegato di Homnya, società del Gruppo Consulcesi specializzata in soluzioni di marketing e comunicazione per le aziende dei settori heatlthcare e life science.
Laureato in Medicina all’Università Cattolica di Roma, Sergio Liberatore entra in Homya sopo essere stato dal 2008 Amministratore Delegato e General Manager di IMS Health, ora Iqvia. Precedentemente ha lavorato in Bristol-Myers Squibb, Schering AG e Bayer Healthcare, gestendo le affiliate locali in Italia, Stati
Uniti e UK. Homnya, nata lo scorso anno dalla fusione dell’agenzia Docta Comunicazione con PKE (società specializzata in gestione dei dati dei professionisti sanitari), grazie ad un approccio creativo e data & digital driven è un punto di riferimento nella fornitura di percorsi di marketing e comunicazione alle aziende della life science.
Homnya sviluppa progetti integrati con la controllata Sics (Società Italiana di Comunicazione Scientifico Sanitaria), casa editrice dei giornali online Quotidiano Sanità, Popular Science e Sanità Informazione e di più di 40 riviste specializzate.

Massimo Tortorella

Liberatore (Ceo Homnya): “Creeremo la più grande community di farmacisti in Italia”

VIDEO – https://www.la7.it/camera-con-vista/video/liberatore-ceo-homnya-
creeremo-la-piu-grande-community-di-farmacisti-in-italia-19-04-2024-538274

“Utilizzando asset e competenze unici lavoreremo insieme alla costruzione di un’offerta digitale per soddisfare i nostri clienti negli ambiti di comunicazione, formazione, informazione scientifica, analisi e gestione dati. Unendo gli asset digitali di Sics e Giornalidea realizzeremo, attraverso la nuova piattaforma tecnologica di Consulcesi Club, la più grande community di farmacisti in Italia”. Lo ha detto Sergio Liberatore, nuovo Ceo di Homnya, annunciando l’acquisizione di Giornalidea.

Massimo Tortorella 

Frosinone: inquinamento dell’aria, la class action

VIDEO – https://www.youtube.com/watch?v=LM0doQ9z3ZU&t=29sUn’azione collettiva per chiedere un risarcimento danni per essere stati esposti per anni a concentrazioni di aria troppo inquinata. Sono migliaia in Ciociaria gli interessati ad avviare la class action promossa dal gruppo Consulcesi, con il progetto Aria pulita, contro l’Italia e la Regione Lazio «che non hanno rispettato i limiti sulla qualità dell’aria imposti dalla direttiva comunitaria n. 2008/50/CE» per il potenziale danno alla salute subito.

Massimo Tortorella

Consulcesi, ‘rimborsi potenziali di 600 mln per ferie non godute’

Le ferie annuali retribuite non godute vanno pagate anche in caso di dimissioni volontarie del dipendente pubblico. Con questa sentenza della Corte di Giustizia europea del 18 gennaio 2024, secondo il network legale Consulcesi si allargano le maglie delle potenziali azioni legali dei dipendenti pubblici ai danni delle aziende a migliaia di possibili nuovi casi. “Se le aziende non si adegueranno agli standard operativi stabiliti dalla Corte di Giustizia Ue – avverte l’avvocato Francesco Del Rio di Consulcesi – le ripercussioni potrebbero essere molto serie per quanto riguarda il riconoscimento dell’indennità per le ferie non godute del
personale sanitario”.
Infatti – ricordano in una nota i legali Consulcesi – l’ultimo rapporto di Anaao Assomed riferisce di oltre 5 milioni di giornate di ferie arretrate a carico di medici e dirigenti sanitari. Questo significa, sulla base delle ultime sentenze della Corte europea, tra cui l’ultima che comprende i dimissionari volontari, che in caso di cessazione del rapporto di lavoro lo Stato si troverebbe di fronte ad un potenziale esborso di oltre 600 milioni di euro, solo in ambito sanitario. “La sentenza Ue – rimarca Del Rio – allarga il bacino dei potenziali richiedenti anche ai dimissionari volontari. Questa novità, associata alle precedenti sentenze in materia di diritti dei lavoratori, fa in modo che anche chi è andato in pensione 10 anni fa per dimissioni volontarie sia ancora in tempo a pretendere il risarcimento del danno”.
Lo scorso 18 gennaio – si legge nella nota – la Corte di Giustizia europea ha pubblicato una sentenza con cui è nuovamente intervenuta riguardo alla giusta interpretazione che tutti gli Stati membri, in particolare l’Italia coinvolta direttamente nel procedimento appena concluso, devono riferirsi alla disciplina
comunitaria sull’indennità finanziaria per le ferie annuali retribuite non godute dal dipendente pubblico al termine del suo rapporto di lavoro. Il caso prende le mosse dalla domanda presentata da un ex dipendente pubblico del Comune di Copertino che, impugnando il rifiuto avanzato dall’ente alla sua richiesta di
liquidazione dell’indennità per le ferie non godute, in quanto dimessosi volontariamente, lo aveva convenuto in giudizio insistendo per l’accoglimento della sua pretesa economica.
Dal 2018 fino ad oggi – rimarca Consulcesi – la Corte di Giustizia europea è incessantemente impegnata in un lavoro di corretta interpretazione dei principi fondamentali previsti dalla direttiva 2003/88 e, più segnatamente, di quelli relativi alle modalità che presiedono il legittimo godimento delle ferie annuali, ivi incluso il riconoscimento di eventuali indennità sostitutive in caso di mancata fruizione, perciò le cause legate alle ferie annuali retribuite che pervengono alla Corte sono in costante aumento. Per quanto riguarda i tempi e le modalità giusti per richiedere un indennizzo, la Corte Ue ha affermato che, trattandosi di un diritto – ossia quello di richiedere la monetizzazione delle ferie non godute – che insorge soltanto nel momento in cui viene a cessare il rapporto lavorativo, prima vigendo il divieto di legge, il termine di prescrizione non può che iniziare a decorrere da quando il medico è entrato in pensione ovvero, per altri motivi, ha concluso il suo vincolo di lavoro e non dall’anno a cui competono i giorni di ferie non goduti. Questo significa che anche coloro che hanno cessato il loro rapporto di lavoro molti anni fa, e fino al massimo del termine prescrizionale di 10 anni, possono ancora legittimamente reclamare il pagamento dell’indennizzo per i giorni di ferie maturati durante il lavoro e non fruiti per ragioni organizzative.
Da anni Consulcesi sta portando avanti una serie di battaglie legali per far valere, secondo il più ampio respiro europeo, i diritti di coloro che hanno sacrificato le loro ferie per senso di responsabilità verso il proprio lavoro. Il gruppo è in particolar modo al fianco di medici e professionisti sanitari che, davanti
all’atteggiamento di chiusura delle loro ex aziende, sono riusciti ad ottenere in tempi brevi sentenze ampiamente favorevoli, con conseguente riconoscimento di ottimi riscontri economici. Grazie ai successi ottenuti nelle cause patrocinate dai legali del network, i clienti hanno già ricevuto indennizzi che vanno dai
20mila agli oltre 55mila euro per ciascuna posizione con l’ulteriore rimborso delle spese di lite sostenute per la difesa, e fino ad ora sono stati recuperati oltre 200mila euro a favore dei medici che hanno chiesto aiuto a Consulcesi, riferisce la nota.
A tale proposito – conclude – per tutti i clienti di Consulcesi Club che hanno stipulato un contratto di lavoro con il Servizio sanitario nazionale, attualmente cessato per dimissioni, pensionamento o altro con un residuo di ferie non godute nel corso del rapporto, viene offerta gratuitamente una dettagliata consulenza
legale, con valutazione dei presupposti per la presentazione della domanda di monetizzazione e relativa quantificazione economica del credito potenzialmente reclamabile.

Massimo Tortorella